18 giugno 2013

Nebraska (Alexander Payne, 2013)

Nebraska (id.)
di Alexander Payne – USA 2013
con Bruce Dern, Will Forte
**1/2

Visto al cinema Orfeo, con Eleonora, Marco, Anna e Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il vecchio Woody Grant (Bruce Dern, premiato a Cannes come miglior attore), che vive con la famiglia nel Montana, dopo aver ricevuto per posta un volantino promozionale si convince di aver vinto un milione di dollari alla lotteria e vorrebbe recarsi fino a Lincoln, in Nebraska, per reclamare il suo "premio". La moglie Kate (una straordinaria e cinica June Squibb) e i figli David e Ross (Will Forte e Bob Odenkirk) cercano di dissuaderlo in ogni modo, ma alla fine David accetta di accompagnarlo in auto, anche per trascorrere qualche giorno in sua compagnia e riallacciare così un rapporto logorato da tempo. Nel corso del viaggio si fermeranno ad Hawthorne, la cittadina dove Woody è nato e cresciuto, e dove abitano ancora i suoi parenti e i pochi amici ancora in vita. Ma la rimpatriata non sarà felice, visto che tutti – credendolo ricco – vorranno approfittare di lui e della sua "fortuna". Girato in un lucido bianco e nero che dona alla pellicola una patina d'altri tempi (nonostante sia ambientata ai giorni nostri), come a sottolineare la vetusta età del protagonista e l'arretratezza della provincia americana in cui si muovono i personaggi, il film che segna il ritorno di Payne al cinema indipendente è un road movie familiare e intimista che, se da un lato non brilla certo per originalità (sono parecchi i titoli "on the road" che vengono alla mente: il vecchio protagonista con la sua ostinazione ricorda quello di "Una storia vera" di Lynch, mentre il viaggio come mezzo per recuperare il rapporto con il padre fa pensare, fra gli altri, a "This must be the place" di Sorrentino), dall'altro è efficace nel raccontare personaggi e ambientazioni fondendo satira e partecipazione emotiva. Non tutto è da salvare, qualche scena forse è di troppo (il pugno di David al "cattivo" Ed Pegram), ma il tono nostalgico di fondo, l'arguta caratterizzazione dei personaggi, la laconicità dei dialoghi e l'attenzione paesaggistica all'ambiente (valorizzato, vale la pena di ripeterlo, dalla fotografia in b/n) riscattano ampiamente i punti deboli. Scena cult: il furto del compressore dalla casa sbagliata.

The past (Asghar Farhadi, 2013)

The past (Le passé)
di Asghar Farhadi – Francia 2013
con Ali Mossafa, Bérénice Bejo, Tahar Rahim
***1/2

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

L'iraniano Ahmad (Ali Mossafa) torna a Parigi dopo quattro anni per firmare i documenti del divorzio con Marie (Bérénice Bejo), la donna con cui aveva vissuto in precedenza e che ora intende risposarsi con un nuovo compagno, Samir (Tahar Rahim). Ma scopre che non tutto è così semplice, visto che Samir ha già un figlio, Fouad, e una moglie caduta in coma dopo un tentativo di suicidio che Lucie – la prima figlia di Marie, per questo ostile al nuovo matrimonio – sospetta sia stato provocato non dalla depressione ma dalla scoperta, da parte della donna, della relazione fra Samir e sua madre. Dopo l'eccellente "Una separazione", Farhadi realizza il suo primo film all'estero affrontando in fondo lo stesso tema della pellicola precedente. Stavolta però la "separazione" in questione non è un punto d'arrivo ma di partenza, che fornisce l'innesco per descrivere gli intricati rapporti familiari di un gruppo di personaggi caratterizzati mirabilmente e tormentati dalle ombre di un passato che non si può dimenticare e che influenza ancora pesantemente il presente e i loro sentimenti. L'abile sceneggiatura (dello stesso Farhadi) ne svela i retroscena e i segreti allo spettatore (e ad Ahmad, di cui condividiamo per gran parte del film il punto di vista) centellinandoli poco a poco: e per questo perde forse un po' di equilibrio nel finale, quando Ahmad si defila lasciando maggior spazio a Samir e al suo rapporto con la moglie in coma. Bellissimo, in ogni caso, il piano sequenza nell'ospedale che conclude la pellicola. Da sottolineare l'intensità della recitazione di tutti gli interpreti (Mosaffa è anche un regista indipendente, la Bejo e Rahim sono reduci dai successi rispettivamente di "The Artist" e "Il profeta"), ma soprattutto di quelli più giovani (Lucie, interpretata da Pauline Burlet, e il piccolo Fouad, Elyes Aguis, protagonista di una scena toccante in cui discute di eutanasia con il padre). Come in "Una separazione", le decisioni degli adulti influenzano pesantemente (e ne sono influenzate a loro volta) quelle dei figli, non semplici spettatori passivi ma fondamentali tasselli di un "risiko familiare" che non sembra portare a soluzioni semplici. E se alla fine rimane qualche punto in sospeso (la moglie di Samir aveva letto le e-mail che Lucie le aveva inoltrato? Si risveglierà dal coma? Samir si sposerà con Marie?), fa parte del fascino di una pellicola che sin dal principio non dice tutto allo spettatore ma lo guida lentamente (e anche tenendolo un po' a distanza) all'interno di una vorticosa ragnatela di eventi, sentimenti e segreti. Pur ambientato in Francia, il film tratta di temi universali e la storia potrebbe in effetti svolgersi a Teheran o in qualunque altra parte del mondo. Sono tipiche comunque del cinema iraniano, anche se rilette con lo stile lucido e moderno di Farhadi, le lunghe scene di conversazione in automobile.

17 giugno 2013

Les garçons et Guillaume, à table! (G. Gallienne, 2013)

Les garçons et Guillaume, à table!
di Guillaume Gallienne – Francia/Belgio 2013
con Guillaume Gallienne, Françoise Fabian
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il giovane Guillaume ama a tal punto la madre da desiderare di essere come lei, imitandone persino la voce e i movimenti. Ma i suoi atteggiamenti effemminati portano tutti coloro che lo circondano – parenti e amici – a credere che sia gay. Dopo una serie di tragicomiche vicende, di esperienze e di esperimenti di ogni tipo, Guillaume riuscirà finalmente a "diventare un uomo" (affrancandosi dall'ingombrante figura materna) soltanto quando si innamorerà di una ragazza. Scritto, diretto e interpretato (nei due ruoli principali: quello del protagonista e quello di sua madre, tanto per sottolineare ulteriormente il desiderio di immedesimazione e il complesso di Edipo) da un membro della Comédie-Française che ha adattato un proprio testo realizzato appunto per il teatro (ma per fortuna il film prende le distanze dall'impostazione teatrale grande a un impianto prettamente cinematografico che gioca sui flashback, sul montaggio e sulla voce off), è una pellicola divertente e grottesca su una sorta di "coming out etero". Le vicissitudini del protagonista sono narrate da lui stesso in prima persona, di fronte a una platea, attraverso sequenze sopra le righe (come quelle del college maschile, della visita militare o della spa bavarese) ricche di gag e di momenti surreali (l'improvvisa comparsa della mamma nelle occasioni più disparate, l'immaginazione di Guillaume che si vede nei panni della principessa Sissi). Ma nonostante i toni spesso ridicoli e la presenza di personaggi improbabili o macchiettistici, il film non banalizza l'argomento e non scivola mai nella pura farsa: mantiene anzi un sottofondo drammaticamente intimista, mentre seguiamo Guillaume nel suo continuo tentativo di affermare la propria identità di genere, di indagare il proprio orientamento sessuale o semplicemente di vivere la propria vita. E il finale (con l'apparizione del "vero" volto della madre, quando il complesso di Edipo si risolve) è addirittura catartico. Molto bella la scena in cui Guillaume prova a cavalcare a occhi chiusi, affidandosi completamente all'animale (sulle note del "Tannhäuser" di Wagner). Anche se siamo quasi di fronte a un "one-man show", nel cast sono da sottolineare la presenza di François Fabian (la vedova di Jacques Becker, che qui fa la nonna) e il cameo di Diane Kruger (nei panni di Ingeborg).

16 giugno 2013

Like father, like son (H. Koreeda, 2013)

Like father, like son (Soshite chichi ni naru)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2013
con Masaharu Fukuyama, Yoko Maki
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Ryota Nonomiya, architetto benestante, scopre che Keita, il bambino che ha allevato per sei anni, non è in realtà il suo figlio biologico, con cui è stato scambiato alla nascita in ospedale. Le due famiglie si incontrano per decidere che cosa fare: scambiarsi nuovamente i bambini o lasciare le cose come stanno? Una pellicola delicata e complessa che affronta i temi della paternità e dell'eterno dilemma fra eredità genetica ed educazione sociale (anche se naturalmente siamo lontani dai toni comici di "Una poltrona per due"). Ryota ha investito parecchio sull'educazione del figlio, lo ha fatto iscrivere alla scuola elementare più prestigiosa (con tanto di test d'ingresso, a sei anni!), lo ha spinto a svolgere attività che lui stesso non aveva saputo portare a termine (come lo studio del pianoforte) ed è deluso nel non notare nel bambino i suoi stessi tratti caratteriali (come la competitività, la decisione e la voglia di vincere); d'altro canto, è sempre talmente impegnato nel lavoro da avere veramente poco tempo da dedicargli. In contrasto, la famiglia dove è cresciuto Ryusei (il suo "vero" figlio) è più povera e disorganizzata – gestisce un negozio di quartiere – ma apparentemente più felice: Ryusei ha due fratelli minori, con i quali va molto d'accordo, e un "padre" sempre pronto a giocare con lui, a portarlo in campeggio, a pescare o a far volare gli aquiloni... Pur presentando i punti di vista di tutti i personaggi della storia (i bambini stessi, le madri, i nonni...), il film rimane focalizzato su quello di Ryota, che attraverso il grave dilemma morale (il rapporto evidentemente conflittuale e irrisolto con il suo stesso padre lo ha portato a esasperare al massimo il "legame di sangue" che vorrebbe instaurare con il figlio) imparerà a comprendere la vera natura di una sana paternità. Come già fatto in passato (penso a "Still walking"), Koreeda sforna una pellicola che affronta in maniera insolita e misurata i temi della famiglia e che descrive con grande cura le psicologie dei personaggi e i dettagli di un mondo dove la normalità crolla all'improvviso. Colonna sonora minimalista a base di pianoforte (Bach e altro). Ottimi gli attori bambini (che il regista aveva già dimostrato di saper dirigere splendidamente in film come "Nobody knows" e "I wish").

14 giugno 2013

La vie d'Adèle (Abdellatif Kechiche, 2013)

La vie d'Adèle
di Abdellatif Kechiche – Francia 2013
con Adèle Exarchopoulos, Léa Seydoux
***

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La liceale Adèle, pur corteggiata da un compagno di scuola, scopre di essere attratta da una misteriosa ragazza dai capelli blu, più grande di lei, che ha incrociato di sfuggita per la strada. Si tratta di Emma, studentessa di belle arti e lesbica dichiarata: quando si rincontrano, fra le due nasce l'amore; e qualche anno dopo le ritroviamo a vivere insieme. Emma è diventata un'artista e gallerista, mentre Adéle insegna in una scuola per l'infanzia. Ma non tutto sarà rose e fiori... La pellicola che ha vinto la Palma d'Oro di questa edizione del Festival di Cannes è un delicato racconto di "coming of age" al femminile, una storia di educazione sentimentale e di risveglio sessuale tratta da un fumetto ("Le bleu est une couleur chaude" di Julie Maroh), il cui titolo originale è anche quello usato per la distribuzione del film sui mercati esteri, e dal quale si discosta nell'impianto (il romanzo grafico era tutto narrato in flashback, man mano che Emma leggeva il diario dell'amica) e soprattutto nel finale. Il sottotitolo ("La vie d'Adèle - Chapitre 1 e 2") indica la divisione della pellicola in due parti, ambientate a qualche anno di distanza l'una dall'altra (la prima in cui Adèle è ancora al liceo, e la seconda in cui dopo essersi diplomata comincia a lavorare come educatrice), e – come lasciato intendere dallo stesso Kechiche – suggerisce un possibile seguito con i capitoli 3 e 4 che ci mostreranno le successive evoluzioni della protagonista. I sentimenti, le emozioni, la passione, l'amore, il sesso, l'amicizia, le aspirazioni sgorgano in maniera naturale da un flusso ininterrotto di narrazione, dove anche il tema della sessualità (e dell'omosessualità) è letto puramente in chiave intima ed esistenzialista, non militante o provocatoria. Come consuetudine per Kechiche, i tempi sono lunghi e le scene dilatate (il film dura tre ore), ma stavolta non lo si percepisce come un difetto (come invece avveniva in "Cous cous"). Sarà per l'impostazione naturalistica della pellicola, per l'intensità della recitazione delle protagoniste, per l'atmosfera in cui il regista riesce a immergere lo spettatore sin dalla prima inquadratura, sta di fatto che il ritmo coinvolge e i tempi narrativi risultano perfettamente dosati; anzi, quando la pellicola termina ci si ritrova quasi smarriti nel dover abbandonare Adèle al suo destino: si vorrebbe continuare a seguirne le vicende ancora a lungo. Non danno quindi fastidio sequenze prolungate di gente che mangia, che parla o che piange (quei primi piani di Adèle in lacrime mi hanno ricordato il sublime finale di "Vive l'amour" di Tsai Ming-liang), perché si ha l'impressione di assistere a frammenti di "vita vera". Certo, proprio in questa sua naturalezza e nel suo realismo sta forse anche il limite del film: tutto ciò che ha da offrire viene mostrato direttamente sullo schermo, senza dare spazio a simboli o visionarietà, e senza lasciare nulla di "non detto" allo spettatore. E infatti ogni cosa viene esplicitata, a partire dalle lunghe scene di sesso (che potrebbero essere sforbiciate quando la pellicola verrà distribuita in sala: quella della rassegna era infatti una "copia di lavorazione", ancora priva di titoli di testa e di coda). Come ne "La schivata" (il film di Kechiche che finora mi era piaciuto di più, e anche quello con cui questo ha più cose in comune, soprattutto nella prima parte), tutto ha origine da Marivaux, segnatamente da "La vita di Marianne", testo che Adèle legge in classe e che ama particolarmente: in un certo senso il racconto della sua vita rispecchia quella del personaggio del drammaturgo francese. Ma non mancano altri spunti e riferimenti culturali, da Louise Brooks a Egon Schiele. Eccezionali le due attrici: se Léa Seydoux – qui in versione mascolina – era già stata apprezzata in precedenza ("Lourdes", "Sister", e persino alcuni film hollywoodiani), Adèle Exarchopoulos è invece al suo primo film importante (con il personaggio principale, che nel fumetto si chiamava Clementine, ribattezzato in suo onore).

12 giugno 2013

Cannes e dintorni 2013

Sbarca a Milano una selezione di titoli provenienti dall'ultimo Festival di Cannes, un'edizione che da più parti è stata descritta come una delle migliori degli ultimi anni, con tante pellicole degne di nota. Avendo già visto nei giorni scorsi i bei film di Paolo Sorrentino e di Nicolas Winding Refn, che pure non figurano fra i premiati, non posso che confermare questa sensazione. Da oggi mi vedrò, fra gli altri, i lavori di Abdellatif Kechiche ("La vie d'Adèle", vincitore della Palma d'Oro), Hirokazu Koreeda, Jia Zhang-ke, Alexander Payne, Asghar Farhadi, François Ozon, James Gray e Ari Folman.

11 giugno 2013

Strade di fuoco (Walter Hill, 1984)

Strade di fuoco (Streets of fire)
di Walter Hill – USA 1984
con Michael Parè, Diane Lane
**

Rivisto in TV.

Tom Cody (Michael Paré), ex soldato di ventura e delinquente, fa ritorno nella città dove è nato e che aveva abbandonato anni prima, richiamato dalla sorella Reva (Deborah Van Valkenburgh): dovrà salvare la sua ragazza di un tempo, la cantante rock Ellen (Diane Lane), che è stata rapita da una banda di motociclisti, i Bombers, guidati dal malvagio Raven (Willem Dafoe). Lo aiuteranno, fra gli altri, la soldatessa McCoy (Amy Madigan) e l'impresario Billy Fish (Rick Moranis). Terminata l'impresa, Cody se ne andrà via un'altra volta. Girato da Hill subito dopo "I guerrieri della notte", ne ricalca parecchi elementi (l'ambientazione urbana e notturna, le bande, l'esistenza ribelle e anarchica dei protagonisti) ma tralascia ancor di più la verosimiglianza per ammantare il tutto di un'irreale patina "fiabesca" (non a caso il sottotitolo della pellicola è "Una favola rock"). La città immaginaria dove si svolge l'azione è un misto di New York, Chicago e Los Angeles, e i personaggi sono quasi archetipi: l'eroe ribelle, la ragazza in pericolo, il cattivo, cui si aggiungono figure come il manager chiacchierone, la groupie e la donna soldato: tutte personaggi che non hanno altra caratterizzazione se non quella strettamente utile ai fini della trama, e che non ci immaginiamo possano vivere al di fuori della pellicola stessa. Hill dichiarò di aver voluto realizzare quello che da teenager avrebbe definito "il film perfetto", mettendoci dentro cose come "auto truccate, baci sotto la pioggia, neon, treni nella notte, inseguimenti ad alta velocità, risse, rock star, motociclette, battute dette in situazioni difficili, giubbotti di pelle e questioni di onore". Pur permeato da un'atmosfera anni '80 (in gran parte dovuta alla colonna sonora di Ry Cooder e Jim Steinman, mentre le canzoni di Ellen – in stile Bonnie Tyler – sono in realtà una combinazione fra le voci di Laurie Sargent e Holly Sherwood), la vera anima del film è anni '50, come risulta evidente da automobili, locali, abbigliamenti e capigliature retrò. I produttori Lawrence Gordon e Joel Silver e il co-sceneggiatore Larry Gross avevano lavorato con il regista già in "48 ore". Gli interpreti non sempre in parte (meglio il giovane Dafoe e Moranis che gli spaesati Parè, Lane e Madigan) e una sceneggiatura che fatica a ingranare (almeno fino al bel combattimento finale) "zavorrano" una pellicola che, pur godibile, lascia l'impressione di un'occasione sprecata. Fascinosa la fotografia notturna e colorata di Andrew Laszlo. Il titolo proviene da una canzone di Bruce Springsteen che avrebbe dovuto essere usata in apertura e in chiusura di film, ma venne poi rimpiazzata da "Tonight is What it Means to be Young". Nelle intenzioni di Hill, la pellicola avrebbe dovuto essere la prima di una trilogia: ma l'insuccesso al box office gli impedì di realizzare i sequel (anche se nel 2008 ne è uscito uno apocrifo, "Road to Hell").

09 giugno 2013

La cosa (John Carpenter, 1982)

La cosa (The Thing)
di John Carpenter – USA 1982
con Kurt Russell, Wilford Brimley
***

Rivisto in TV.

In una stazione di ricerca fra i ghiacci dell'Antartide, alcuni scienziati americani si ritrovano ad affrontare un mostro extraterrestre, precipitato con la sua astronave sulla Terra centomila anni prima e rimasto fino a ora congelato. Le cellule dell'alieno hanno la capacità di assimilare e imitare quelle di altri organismi viventi, e così il mostro può trasformarsi perfettamente, fino nei minimi dettagli, in cani o addirittura esseri umani, prendendone il posto. In un clima di tensione e di paranoia (chiunque di loro potrebbe essere "la cosa", e dunque non ci si può più fidare di nessuno), gli scienziati cercheranno di impedire al parassita – che può essere distrutto solo con il fuoco – di abbandonare la base e di raggiungere un centro abitato, da dove potrebbe "contagiare" il resto del mondo. John Carpenter (al primo film girato per una major, la Universal) e lo sceneggiatore Bill Lancaster (figlio di Burt) rifanno il classico di Howard Hawks del 1951 "La cosa da un altro mondo" (tratto dal racconto "Who goes there?" di John W. Campbell Jr.: alla resa dei conti si tratta di un adattamento assai più fedele del prototipo) dopo aver assimilato la lezione degli Zombi di Romero (non sempre i buoni possono sopravvivere) e dell'Alien di Ridley Scott (di cui di fatto è quasi una copia, con la base nell'Antartide al posto dell'astronave nello spazio), e realizzano un caposaldo del cinema di fantascienza/horror dei primi anni ottanta, anche se permane tutta l'inquietudine tipica dei b-movie di SF degli anni cinquanta (spesso metafora della Guerra Fredda: i vari "baccelloni" omologatori, così come l'alieno imitatore di questo film, non rappresentavano altro che il pericolo comunista!). Per una volta privo della consueta ironia e degli sberleffi tipici di altri lavori del regista, è un film solido, rigoroso e coerente con la propria ambientazione, senza personaggi fuori dalle righe (come avrebbero potuto essere ragazzini o donne: l'unica presenza femminile è la voce del computer che batte Kurt a scacchi, in originale la voce di Adrienne Barbeau, allora moglie del regista) o inutilmente caratterizzati per svettare sugli altri: tanto che l'unico che resta impresso è quello interpretato da Kurt Russell, indiscusso protagonista: gli altri attori potrebbero anche non essere nemmeno citati, sono solo carne da macello buona per il "totomorti". Curiosamente, il film di Hawks (e Nyby) si svolgeva nell'Artico, mentre questo (come il racconto di Campbell) è ambientato agli antipodi. Ottimi, per l'epoca, gli effetti speciali e le sequenze che mostrano la creatura aliena durante le sue trasformazioni (opera degli esperti Rob Bottin e Stan Winston), un ammasso di carne fusa e mutante. Colonna sonora, anch'essa fredda e inquietante, di Ennio Morricone: è uno dei rari casi in cui Carpenter non ha scritto la musica di un suo film. Nel 2011 è uscito un prequel, sempre intitolato "La cosa" (di Matthijs van Heijningen Jr.), che racconta gli eventi accaduti alla base dei norvegesi che per primi avevano scoperto e "scongelato" il mostro.

07 giugno 2013

Solo Dio perdona (N. Winding Refn, 2013)

Solo Dio perdona (Only God Forgives)
di Nicolas Winding Refn – Danimarca/Thailandia 2013
con Ryan Gosling, Vithaya Pansringarm
***

Visto al cinema Apollo.

L'americano Julian vive nel sottobosco criminale di Bangkok, dove gestisce una palestra di boxe thailandese che serve a lui e a suo fratello Bobby come copertura per lo spaccio di droga. Quando Bobby viene ucciso dopo aver violentato una giovane prostituta, la madre (una straordinaria Kristin Scott Thomas) impone a Julian di vendicarlo, innescando così una violenta catena di eventi. Refn rilegge i temi tipici del cinema orientale (la vendetta e la giustizia) con stile folgorante e lynchiano, aggiungendovi in più (da buon europeo) una robusta dose di Shakespeare e un pizzico di tragedia greca. Sanguinoso e cruento, ma dall'incedere ieratico e solenne, è un film dai ritmi dilatati, dalle atmosfere allucinate e inquietanti: un film che dietro le sparse e improvvise scene di violenza (usata in funzione drammatica, e mai per autocompiacimento tarantiniano) nasconde un'anima intimista e fatta di silenzi, che scava nei personaggi per parlare di rimorso e pentimento. Il laconico protagonista, perennemente inerme e in balia delle situazioni, si ritrova stretto in una morsa fra la sete di vendetta della madre (nei cui confronti soffre di un evidente complesso di Edipo) e il riconoscimento della forza morale del misterioso poliziotto Chang (Pansringarm), un'incarnazione quasi metafisica della giustizia, che somministra le sue punizioni con una spada tradizionale dalla lama ricurva e sembra concedersi come unica passione quella del karaoke. Da sottolineare tutto il comparto tecnico: la regia controllata e coerente di Refn, la geometrica composizione delle inquadrature, la surreale fotografia di Larry Smith (che gioca molto sui toni di rosso, come in un precedente film del regista danese, "Fear X"), la musica spettrale di Cliff Martinez. Il film è dedicato ad Alejandro Jodorowski, di cui Refn ha sempre ammesso l'influenza e al cui "Santa Sangre" è in parte debitore.

06 giugno 2013

Nói Albínói (Dagur Kàri, 2003)

Nói Albínói (id.)
di Dagur Kàri – Islanda 2003
con Tómas Lemarquis, Thröstur Leo Gunnarsson
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

In una desolata cittadina islandese, sommersa dalla neve e dal ghiaccio, il giovane Nói conduce un'esistenza vacua e inquieta: vive con la nonna, frequenta saltuariamente il padre (un tassista alcolizzato), corteggia una ragazza da poco arrivata dalla capitale (figlia del locale libraio), marina la scuola, lavora al cimitero, e sogna ad occhi aperti di trasferirsi altrove, magari alle Hawaii. Uno dei pochi film islandesi ad aver conquistato una certa notorietà fuori dalla propria patria (e ad aver vinto diversi premi nei festival internazionali), è un insolito ritratto di un teenager outsider e isolato, che trascorre le sue giornate senza fare nulla, allergico allo studio e al lavoro (nonostante a tratti dimostri un'intelligenza e un intuito fuori dal comune), fuori posto in una società che al tempo stesso gli sta stretta (nel paesino remoto in cui vive, e in cui tutti si conoscono, non accade mai nulla) e larga (non ama la compagnia e si rifugia spesso nel suo nascondiglio segreto, una cantina sotto casa da cui accede attraverso una botola): insomma, quasi un alieno (vista anche la calvizie e la mancanza di sopracciglia: il titolo suggerisce che si tratti di un albino). La fotografia che estromette tutti i colori caldi e lascia soltanto quelli freddi (blu e verde) accentua ancora di più la gelida atmosfera della pellicola, che nonostante alcuni momenti ironici (il tentativo di rapina in banca) non raggiunge i picchi di stralunata surrealità dei film finlandesi, per esempio quelli di Aki Kaurismäki, ma è comunque efficace nel mettere in scena il microcosmo in cui sui muove il protagonista. Il finale (con l'immagine del visore stereoscopico che prende vita) sembra lasciar intendere che, dopo la tragedia che colpisce lui e il suo villaggio, Nói potrebbe finalmente cambiar vita e trasformare in realtà quelli che erano semplici sogni o potenzialità. Ma naturalmente non ci è dato sapere cosa gli accadrà.

05 giugno 2013

Hollywood brucia (Alan Smithee, 1997)

Hollywood brucia (An Alan Smithee Film: Burn Hollywood Burn)
di Alan Smithee [Arthur Hiller] – USA 1997
con Eric Idle, Ryan O'Neal
*

Rivisto in TV.

Nell'industria hollywoodiana, è consuetudine che un regista scontento di come il suo film sia stato manipolato in fase di post-produzione (per esempio se l'intervento dei produttori durante il montaggio ne altera irrimediabilmente la visione artistica) ritiri il proprio nome e lo firmi con lo pseudonimo di "Alan Smithee". Ma quando il malcapitato regista si chiama davvero così, cosa può fare? È quello che accade al protagonista di questo film (interpretato da Eric Idle, ex Monty Python), che dopo aver diretto "Trio", un blockbuster d'azione con Sylvester Stallone, Whoopi Goldberg e Jackie Chan, se lo vede modificare drasticamente in peggio dai suoi produttori (Ryan O'Neal e Richard Jeni). Decide allora di rubare la pellicola e di darsi alla macchia, minacciando di bruciarla in sprezzo a Hollywood. La cosa assurda (la realtà supera la fantasia!) è che il film, già metacinematografico di suo, diventa addirittura meta-metacinematografico – e quindi autoreferenziale – quando scopriamo che il regista Arthur Hiller, scontento del risultato, ha realmente disconosciuto il proprio lavoro, e dunque la pellicola è davvero uscita a firma Alan Smithee: di fatto parla di sé stessa. Commedia satirica sull'industria di Hollywood costruita come un mockumentary, con i personaggi che narrano le vicende alla macchina da presa e si rivolgono direttamente agli spettatori (in un continuo montaggio di "finte interviste"), è però un film confuso e pasticciato, a tratti imbarazzante per la pochezza dei dialoghi e delle situazioni (non a caso figura in molte liste dei "peggiori film della storia"). Colpa essenzialmente della sceneggiatura di Joe Eszterhas (anche produttore e di fatto il vero "autore" del film), che vorrebbe essere autoironica (non si contano le battute o le frecciatine ai suoi stessi lavori: a un certo punto, per descrivere quanto sia brutto "Trio", si dice "È peggio di Showgirls!") ma si rivela incapace di far ridere (e non parliamo di far riflettere), anche quando è costretta a "scomodare" mostri sacri come Stallone, Jackie e la Goldberg nei panni di sé stessi (il loro ruolo è comunque minimo: probabilmente avranno girato la parte in un solo giorno). Nel cast, anche i rapper Coolio e Chuck D (che interpretano i registi Brothers), Harvey Weinstein (sì, il produttore, qui nei panni del detective Sam Rizzo) e numerose star, registi o producer che interpretano sé stessi (Billy Bob Thornton, Shane Black, Robert Evans, Robert Shapiro, Larry King, lo stesso Joe Eszterhas).

03 giugno 2013

Gocce d'acqua su pietre roventi (F. Ozon, 2000)

Gocce d'acqua su pietre roventi (Gouttes d'eau sur pierres brûlantes)
di François Ozon – Francia 2000
con Bernard Giraudeau, Malik Zidi
***

Rivisto in DVD con Eleonora, Marco e Sabrina.

In Germania, negli anni settanta (il film è tratto da un testo teatrale giovanile di Rainer Werner Fassbinder, "Tropfen auf heisse Steine", mai andato in scena), il fascinoso cinquantenne Leopold (Bernard Giraudeau) seduce il ventenne Franz (Malik Zidi), che si innamora di lui e si stabilisce nel suo appartamento. Mesi dopo, quando la passione fra i due amanti si sta raffreddando, nell'appartamento giungono anche Anna (Ludivine Sagnier), ex fidanzata di Franz decisa a riprenderselo, e la transessuale Vera (Anna Thomson), vecchia amante e convivente di Leopold. Alla fine, a fare tragicamente le spese delle manipolazioni di Leopold, sarà il più fragile Franz. Al suo terzo film (realizzato nel 1999, ma uscito nelle sale l'anno seguente), Ozon anticipa in parte l'impostazione teatrale e le citazioni musicali che esploderanno poi in "Otto donne e un mistero": c'è persino un mini-balletto (sulle note di "Tanze Samba mit Mir", la versione tedesca di "A far l'amore comincia tu" di Raffaella Carrà, di recente usata anche da Sorrentino ne "La grande bellezza"). L'atmosfera fonde il rigore e la drammaticità tedesca con tocchi di leggerezza e di surrealismo francese, ma a prevalere su tutto (nonostante la regia sia dinamica e assai cinematografica, molto curata nelle inquadrature, nella direzione degli attori e nelle scenografie) è l'origine teatrale, che dà vita a un "cinema da camera" quasi polanskiano. Girata tutta fra le quattro mura dell'appartamento di Leopold, la pellicola è divisa in quattro atti: nei primi due, sullo schermo compaiono sono Franz e Leopold; nel terzo arriva Anna (una Sagnier a seno nudo per la maggior parte del tempo) e nel quarto si aggiunge anche Vera. Se dei quattro personaggi quello con cui lo spettatore può maggiormente empatizzare è il giovane Franz (che non a caso ha la stessa età di Fassbinder quando scrisse la pièce), il centro motore della narrazione rimane Leopold: è di lui che tutti si invaghiscono, subendone il fascino nonostante il suo atteggiamento scostante ed egocentrico, e scoprendo di essere incapaci di stargli lontano o di abbandonarlo. La colonna sonora comprende canzoni d'epoca ("Träume", interpretata da Françoise Hardy) e musica classica (Mahler, Handel, più il "Dies Irae" di Verdi). Zidi recita in tedesco alcune strofe del poema "Lorelei" di Heinrich Heine.

29 maggio 2013

La grande bellezza (P. Sorrentino, 2013)

La grande bellezza
di Paolo Sorrentino – Italia 2013
con Toni Servillo, Sabrina Ferilli
***1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

"Non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il re dei mondani": così si presenta il sessantacinquenne Jap Gambardella (uno straordinario – come al solito – Toni Servillo), giornalista viveur che ha abbandonato la carriera di scrittore dopo aver pubblicato, quarant'anni prima, il suo primo e unico libro, "L'apparato umano". Ora trascina le proprie notti in sfrenate feste sulle terrazze di Roma con gli amici, pseudo-intellettuali che si divertono a bere, a ballare, a sniffare cocaina e a fare i trenini sulle note remixate di Raffaella Carrà fino a tarda notte (ma il sole che sorge per loro è quello del logo Martini), magari in cerca di improbabili avventure amorose, non meno soli e disperati di lui ma forse non altrettanto cinici e disincantati. Dal suo appartamento con vista sul Colosseo, Jep domina un mondo dove tutto è "sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio, il sentimento, l'emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile". Paragonato o confrontato da quasi tutti i critici a classici del cinema italiano come "La dolce vita" e "Roma" di Fellini o "La terrazza" di Scola – forse perché mette in scena la vita gaudente ed effimera in una Roma metafisica e allucinata, "ridotta a Babilonia" e che altro non è che uno specchio dell'intero paese – in realtà il sesto film di Sorrentino ha un'anima tutta sua, molto più intima, crepuscolare e decadente. Quelle pellicole raccontavano anche l'ottimismo e le illusioni della società del dopoguerra e degli anni del boom economico (peraltro non scevri da lati oscuri e da una sottile malinconia), mentre in questo caso c'è la constatazione di un fallimento esistenziale già compiuto e della vacuità del presente, che si trascina a fianco dei rimpianti per il passato. Se da un lato si tratta di un film sulla vecchiaia, sul bilancio di un'esistenza o – come lo ha definito lo stesso autore – "sulle occasioni mancate", dall'altro la Roma "indolente, barocca, papalina", dove il trash si fonde con il sublime, è per l'appunto ancora una volta una metafora dell'Italia intera, lo specchio della decadenza di un paese di "pezze e pizze" (l'immagine che meglio la rappresenta è quella della Costa Concordia naufragata all'Isola del Giglio), in cui latitanti possono vivere indisturbati per anni in pieno centro, o in cui nugoli di suore si fotografano davanti ai monumenti.

Agli splendori del passato (anche se la città è vecchia, è ancora abbastanza bella da provocare un infarto a un turista giapponese, e la macchina da presa del regista ne svela tantissimi tesori: le strade, le fontane, i parchi, le rovine... come dimenticare la magica passeggiata notturna alla scoperta dei tesori nascosti negli antichi "palazzi delle principesse"?) si contrappone la mediocrità del presente, dominata dalla volgarità e dalla superficialità dell'apparire (anche un funerale è una recita); all'abilità dei grandi scultori, pittori e architetti che hanno reso Roma celebre nel corso dei millenni, fanno da contrasto le forme di "arte degenerata" della scena contemporanea (la performance dell'artista concettuale "alternativa" che sbatte la testa contro i muri; la bambina pittrice, costretta a esibirsi controvoglia dai suoi genitori; l'uomo che fotografa solo sé stesso, simbolo del narcisismo portato ai massimi livelli); il kitsch e la decadenza affiorano da ogni parte: si va dal chirurgo estetico che inietta botulino a ricche pazienti in coda con il numerino come se fossero dal droghiere, alle sale di spogliarello invase dalle "polacche", dai nobili decaduti che guardano i programmi di Real Time e si fanno "noleggiare" per essere ospitati alle feste, al cardinale (interpretato da Roberto Herlitzka) che anziché sulla spiritualità si concentra solo sulle ricette di cucina. Ma anche dallo sfacelo e dalla vecchiaia, alla fine, può nascere un nuovo impulso; dalla constatazione dei propri limiti e del proprio fallimento può arrivare una nuova saggezza, un nuovo equilibrio: il film si conclude così con un raggio di speranza, con l'alba di un nuovo giorno che può portare a una nuova vita. Ed è curioso che lo stimolo provenga dal personaggio più anziano e decrepito di tutti, la "Santa", protagonista di alcune delle sequenze più surreali (la scena con i fenicotteri che si fermano sul balcone di Jep) di un film comunque sempre sorprendente, a cui non mancano squarci visionari (il mare sul soffitto, simbolo dei ricordi mai sopiti per la gioventù e per il primo amore; la giraffa che sbuca improvvisamente fra le rovine di Caracalla, come se fossimo in un film di Buñuel). L'alternanza fra i rimpianti per la giovinezza e l'amara constatazione della vecchiaia è portata avanti da Sorrentino grazie a una regia di grandissimo livello, come ci ha abituati, fra lenti e virtuosistici movimenti di camera (non si contano le carrellate kubrickiane), un montaggio pop e a tratti allucinato, una fotografia luminosa e folgorante, anche nelle numerose scene notturne. Meravigliosi i titoli di coda, le cui immagini ci fanno letteralmente "navigare" lungo il Tevere e sotto i ponti di Roma. Notevole la colonna sonora, spesso diegetica, fra ensemble vocali che eseguono musica sacra, canzonette pop durante le feste, brani sinfonici (Górecki e Bizet). Nel ricchissimo cast, dove spiccano Carlo Verdone (l'autore teatrale fallito che spera ancora di tornare sulle scene) e Sabrina Ferilli (quarantacinquenne che si esibisce come spogliarellista nel locale di proprietà del padre), ci sono anche Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Giorgio Pasotti (il "custode delle chiavi"), Luca Marinelli, Serena Grandi, Giovanna Vignola (la nana Dadina), Isabella Ferrari ("Che lavoro fai?" "Sono ricca"), Anna Della Rosa, più camei (nella parte di sé stessi) per Fanny Ardant e Antonello Venditti.

28 maggio 2013

True lies (James Cameron, 1994)

True lies (id.)
di James Cameron – USA 1994
con Arnold Schwarzenegger, Jamie Lee Curtis
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

All'insaputa della moglie Helen e della figlia Dana, che lo credono un noioso rappresentante di computer, Henry Tasker (Schwarzy, al terzo film con Cameron dopo i due "Terminator") è in realtà un agente segreto che combatte in mezzo mondo contro il terrorismo. Ispirato a un film francese di tre anni prima ("La Totale!" di Claude Zidi), una commedia che mescola gli stereotipi del cinema d'azione (il riferimento diretto è 007: si pensi soltanto all'incipit, con la "mini-missione" in Svizzera, l'intrusione alla festa e la fuga sulla neve) con gli equivoci coniugali in stile hawskiano (tutta la parte centrale, quella in cui Henry sospetta dell'infedeltà di Helen, è sicuramente la migliore del film), e cui non manca nemmeno una punta di ironica misoginia. Se Schwarzy per una volta si sforza di recitare, a rubargli la scena è una strepitosa Jamie Lee Curtis nei panni di Helen, contemporaneamente comica e sexy: indimenticabile, per esempio, il suo spogliarello impacciato ma sensuale nella stanza d'albergo, davanti a un uomo che – a sua insaputa – è proprio suo marito. Spettacolari, comunque, le scene d'azione, talmente "cariche" nel comparto acrobazie, spari ed esplosioni (la sparatoria nei bagni, l'inseguimento fra il cavallo e la moto che culmina sulla terrazza dell'hotel, la fuga dalla base dei terroristi – così esagerata da sembrare una sequenza di "Commando" – e l'attacco finale con il jet contro il palazzo) da poter passare quasi per una parodia del genere come "Last Action Hero". Al momento della sua uscita si trattava di uno dei film più costosi mai prodotti (oltre 100 milioni di dollari), anche se a rivederla oggi si potrebbe definirla come la pellicola meno ambiziosa di Cameron, quasi una pausa di "leggerezza" fra un "Terminator 2" e un "Titanic". Il tema portante, annunciato sin dal titolo, è quello delle bugie: se uno dei talenti di una spia è proprio quello di saper mentire, per condurre la sua "doppia vita" Henry deve farlo tanto con i nemici che con la sua famiglia. Mente però anche Helen, che sogna una vita avventurosa a fianco del "belloccio" Simon (Bill Paxton); mente quest'ultimo, venditore di auto usate che si spaccia per spia pur di conquistare le sue prede femminili; e mentono, prima o poi, quasi tutti i personaggi. Ma le bugie si ritorcono più volte contro di loro, come quando Henry, per mettere alla prova la moglie e verificare se lei lo ama davvero, le fa credere di essere stata assoldata a sua volta come agente segreto, finendo però per coinvolgerla veramente nella sua lotta contro i terroristi arabi (a proposito: il muro di Berlino era crollato da poco, e dunque al posto dei soliti russi ecco che i cattivi sono islamici; ai tempi ci furono critiche per questa scelta, ma con il senno di poi il film – uscito sette anni prima dell'11 settembre – seppe davvero cogliere o anticipare i tempi; e proprio dopo l'attentato delle Torri Gemelle, Cameron mise da parte il progetto di realizzare un sequel, affermando che il terrorismo non era più un argomento da affrontare in maniera leggera). Battute memorabili: Helen che, dopo aver visto Schwarzy in azione, commenta: "Ho sposato Rambo!". Ed Henry che, alla moglie che gli domanda se abbia mai ammazzato qualcuno, risponde candidamente: "Sì, ma erano tutti cattivi". Nel cast anche Charlton Heston (il capo dell'agenzia segreta per cui lavora Henry), Art Malik (il capo della "Crimson Jihad"), Eliza Dushku (Dana, la figlia di Henry ed Helen) ma soprattutto la bella Tia Carrere (l'infida trafficante d'arte che lavora per i terroristi).

27 maggio 2013

Il paziente inglese (A. Minghella, 1996)

Il paziente inglese (The english patient)
di Anthony Minghella – USA/GB 1996
con Ralph Fiennes, Juliette Binoche
**

Rivisto in TV.

Mentre gli alleati avanzano in Italia durante gli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale, un uomo gravemente ferito, dal volto sfigurato e privo di memoria (Ralph Fiennes), viene affidato alle cure della giovane infermiera canadese Hana (Juliette Binoche), che se ne prende cura fra i ruderi di un monastero abbandonato nella campagna toscana. Conosciuto solo come "il paziente inglese", l'uomo riacquista pian piano i suoi ricordi: si tratta in realtà di un avventuriero ungherese, il conte Laszlo de Almásy, che prima della guerra lavorava come cartografo e pilota per la Reale Società Geografica nel deserto del Sahara. La sua vicenda, dominata dalla tragica passione per Katherine (Kristin Scott Thomas), moglie dell'agente inglese Geoffrey Clifton (Colin Firth), viene narrata alternandola in parallelo con le sequenze ambientate in Italia, nelle quali a far compagnia al ferito e alla sua infermiera giungono il misterioso ladro morfinomane Caravaggio (Willem Dafoe), che aveva già conosciuto Almásy al Cairo e lo sospetta di essere una spia tedesca, e l'artificiere sikh Kip (Naveen Andrews), di cui Hana si invaghisce. Da un romanzo di Michael Ondaatje (che ha collaborato alla sceneggiatura), un polpettone patinato che, nonostante la bellezza dei luoghi in cui è girato (l'entroterra senese – il monastero si trova presso Pienza – e il deserto egiziano), l'intensità dei personaggi e la drammaticità degli eventi, alla resa dei conti si rivela abbastanza... palloso. Potrà non dispiacere ai cultori del romanticismo tragico e disperato (dove le vicende private e sentimentali si intrecciano inevitabilmente con quelle della guerra, e i tradimenti coniugali fanno passare in secondo piano quelli nazionalisti), e ha di certo le sue buone carte da giocare dal lato della tecnica cinematografica (più la fotografia – che nelle scene egiziane si rifà pedissequamente allo Storaro de "Il tè nel deserto" – e il montaggio che la regia, abbastanza piatta), ma è francamente difficile sostenerne una seconda visione, anche perché è fin troppo lungo per la storia che racconta. Fra gli spunti da ricordare: il libro di Erodoto (colmo di lettere, appunti e disegni) da cui Almásy non si separa mai; e la bellezza della "caverna dei nuotatori" che gli esploratori scoprono nel deserto del Sahara, che fa da contraltare alle pareti della chiesa toscana che Kip porta Hana ad esplorare ("imbragandola" con delle funi e facendola ondeggiare lungo le pareti alla luce di una torcia: la scena più bella e memorabile del film) durante la loro permanenza in Italia. Fiennes recita per metà film con il volto sfigurato, anticipando in un certo senso quello che sarà il suo aspetto nei panni di Voldemort nei film di Harry Potter. Vincitore di ben nove premi Oscar, incluso quelli per miglior film, regia e attrice non protagonista (la Binoche).

23 maggio 2013

I duellanti (Ridley Scott, 1977)

I duellanti (The duellists)
di Ridley Scott – GB 1977
con Keith Carradine, Harvey Keitel
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Eleonora, Marco, Paola, Marta e Sabrina.

Per tutta la vita, l'ufficiale napoleonico Armand d'Hubert (Keith Carradine) è perseguitato dal "collega" Gabriel Feraud (Harvey Keitel), che ritiene di aver ricevuto da lui un'offesa da lavare con il sangue in un duello. Che si sia in pace o in guerra, che i due siano sullo stesso fronte (la campagna di Russia) o su fronti contrapposti (dopo l'esilio di Napoleone, Feraud rimane un fervente bonapartista mentre d'Hubert passa dalla parte di Luigi XVIII), ogni volta che le loro strade tornano a incrociarsi ecco che inevitabilmente il loro duello prosegue, senza mai giungere a una conclusione definitiva. Per il suo esordio cinematografico, Ridley Scott (fino ad allora regista pubblicitario) sceglie di adattare un racconto di Joseph Conrad, "Il duello" (inizialmente aveva pensato a "Cuore di tenebra", per poi farsi da parte quando venne a sapere che ci stava già lavorando Francis Ford Coppola). Il film ottenne un ottimo riscontro di critica, vincendo fra le altre cose il premio per la miglior opera prima al Festival di Cannes. Rispetto al racconto originale, la storia è ampliata (per esempio con l'introduzione del personaggio di Laura, la donna amata da Armand) ma soprattutto è narrata in maniera assai cinematografica. Uno dei suoi maggiori pregi, che diverrà peraltro il marchio di fabbrica del regista, è proprio la qualità pittorica e naturalistica dell'immagine, grazie alla cura estrema della luce e della fotografia, che esalta gli scenari e gli ambienti. Anzi, come spesso capita con Scott, la forma rischia di prevalere sulla sostanza: se visivamente si resta abbagliati e affascinati dalla ricostruzione storica, dagli echi kubrickiani (evidenti i rimandi estetici e manieristici a "Barry Lyndon") e tarkovskiani (la campagna che fa di sfondo al duello conclusivo, con le sue rovine fra la vegetazione, sembra una regione della "Zona" di Stalker), per contro la trama è davvero esile e all'approfondimento psicologico dei personaggi (soprattutto di Feraud, ridotto alla sua ossessione per il duello che lo porta persino a mistificare la realtà, quando gli viene chiesta la ragione del suo scontro con Armand) è dato poco spazio. Ma ciò nonostante, il film funziona benissimo: Feraud in fondo è il "cattivo" della storia, e la sua inspiegabile ostinazione (agli occhi tanto di d'Hubert quanto dello spettatore) ne fa un "mostro" simile all'Alien del film successivo del regista (o al camionista rivale di "Duel"). Di contro, del più limpido Armand seguiamo da vicino tutte le vicende, l'evolversi della carriera, il farsi una famiglia, il cercare di ricostruirsi una vita normale al di fuori dell'esercito e della politica (pur rimanendone sempre coinvolto): il film non è simmetrico, è lui il vero protagonista con cui identificarsi. Nel cast anche Albert Finney, Tom Conti, Robert Stephens, Diana Quick, Cristina Raines e, in un ruolo minuscolo (il valletto-barbiere del generale Treillard), Pete Postlethwaite (alla sua prima apparizione sul grande schermo). Alla resa dei conti, la pellicola si rivela un esordio con i fiocchi, grazie anche a due interpreti in stato di grazia: certo che, a giudicare dai suoi tre primi lungometraggi (dopo questo ci furono "Alien" e "Blade Runner"), ai tempi si sarebbe stati tentati di collocare Scott nell'olimpo dei grandi registi, alla pari di Kubrick o Kurosawa: in seguito, invece, alternerà pochi altri film di grande livello a tante pellicole deludenti. Per l'aspetto puramente tecnico, comunque, resta uno dei miei preferiti; sarà per questo che non mi perdo mai un suo lavoro.

20 maggio 2013

Il grande Gatsby (Baz Luhrmann, 2013)

Il grande Gatsby (The great Gatsby)
di Baz Luhrmann – USA 2013
con Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Negli anni Venti, in uno sfarzoso palazzo sulla costa di Long Island, il miliardario Jay Gatsby (le cui origini sono misteriose così come la provenienza del suo denaro) organizza sontuose feste alle quali partecipano tutti gli abitanti più in vista della vicina New York. Ma il suo vero obiettivo è rincontrare Daisy, la donna che ha sempre amato e che cinque anni prima – quando Gatsby era ancora povero – aveva preferito sposare l'aristocratico Tom Buchanan, la cui dimora è proprio di fronte alla sua, dall'altro lato della baia. Con l'aiuto del giovane Nick Carraway, cugino di Daisy (e narratore dell'intera vicenda), Gatsby riesce a riallacciare i rapporti con la ragazza: ma il destino e le regole sociali congiurano contro di lui, e finirà in tragedia. Quinto adattamento cinematografico del romanzo di Francis Scott Fitzgerald (il più famoso resta quello del 1974, con Robert Redford): da un regista come Luhrmann, tanto attento alla forma e poco alla sostanza, non ci si poteva attendere che uno spettacolone in 3D dove le cose migliori sono le scenografie e i costumi (abiti e accessori sono di Prada), e dove lo spessore psicologico dei personaggi e la tensione drammatica sono vicini allo zero. E così, se una grande cura è stata messa nel mostrare sullo schermo la lussuosa villa di Gatsby e nel coreografare le sfarzose feste a base di alcol, jazz, fox trot e charleston, quando si scende a livello di psicologie e di sentimenti si rimane nel regno del banale, rischiando peraltro di trascinare a fondo anche il povero Fitzgerald, il cui romanzo – anziché essere valorizzato, magari insistendo sui temi dell'idealismo e della decadenza (chissà cosa ne avrebbe tratto un Orson Welles!) – sembra ridursi a uno scialbo e dozzinale romanticismo. E questo nonostante le numerose citazioni pressoché letterali dalle pagine del libro (in italiano nella versione tradotta da Fernanda Pivano). L'enfasi sugli aspetti visivi, con l'esagerazione scenografica (dove tutto appare fasullo, anche per il forte ricorso alla CGI nelle scene in esterni) e l'utilizzo di una colonna sonora moderna, com'è tipico di Luhrmann (che mescola e contamina ogni cosa, dando l'impressione di pescare a caso a destra e a manca: qui riesce persino a mischiare Gerschwin con il rap!), fa persino passare in secondo piano l'analisi sociale, ovvero la descrizione degli umori e della ricchezza della prospera America dei "ruggenti anni Venti", quell'ubriachezza collettiva e quell'ottimismo che erano destinati a terminare bruscamente con il crollo della borsa del 1929 e la Grande Depressione. Buoni gli attori, fra i quali giganteggia il sempre ottimo DiCaprio: forse l'avere a fianco un attore dall'aspetto ancor più adolescenziale di lui, come Tobey Maguire, ha aiutato il buon Leo ad apparire più "adulto" e più imponente. Nel comparto femminile, invece, ho apprezzato più la comprimaria Elizabeth Debicki (la statuaria Jordan Baker) della protagonista Carey Mulligan (un'insipida Daisy). Completano il cast Joel Edgerton (Tom Buchanan), Jason Clarke (George Wilson) e Isla Fisher (Myrtle Wilson).

18 maggio 2013

Oblivion (Joseph Kosinski, 2013)

Oblivion (id.)
di Joseph Kosinski – USA 2013
con Tom Cruise, Olga Kurylenko
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Nel 2077, dopo una guerra nucleare contro una razza aliena (gli Scavengers) che ha invaso la Terra e distrutto la Luna (provocando così terremoti e tsunami), il pianeta è ridotto a un deserto semi-radioattivo e virtualmente disabitato. Gli esseri umani sopravvissuti si sono trasferiti su Titano, la luna di Saturno, mentre sulla Terra sono rimasti soltanto pochi "tecnici" con il compito di riparare i droni che pattugliano i cieli e proteggono dagli Scavengers le "trivelle" che estraggono energia dall'acqua marina per inviarla alla colonia. Uno di questi tecnici, Jack Harper (Tom Cruise), scoprirà però che le cose non stanno come ha sempre creduto... Dal regista di "Tron Legacy" (anche sceneggiatore: la storia è tratta da una sua graphic novel mai pubblicata), un solido film di fantascienza dal mood quasi anni '70 che, pur costruito su una trama non particolarmente originale (sono numerosi gli spunti che provengono da pellicole del passato: solo per citarne alcune, "Matrix" e "Moon"; ma anche "Il pianeta delle scimmie", "L'ultimo uomo sulla Terra", "Independence day"...), alla resa dei conti si rivela più interessante ed equilibrato del blockbuster hollywoodiano medio. Nonostante una buona dose di colpi di scena, infatti, la pellicola non "sbraca" e mantiene la propria coerenza fino alla fine. E riesce persino a sviluppare bene (forse meglio che nella maggior parte dei film tratti davvero da opere di Philip K. Dick) il tema dickiano dell'identità e della memoria. Merito anche dei (pochi) attori: Cruise, indubbiamente il centro del film (non si ricordano scene o sequenze che non lo vedano sullo schermo), recita per una volta in modo del tutto adeguato, così come la comprimaria Olga Kurylenko (che stavolta mi è piaciuta di più rispetto al film di 007 che aveva interpretato, "Quantum of solace"). Nel cast anche l'immancabile Morgan Freeman (il capo degli Scavengers) e l'interessante Andrea Riseborough (la "collega" di Jack). Da ricordare anche la colonna sonora degli M83, così come le architetture e le tecnologie (la torre con piscina sospesa dove vivono Jack e Victoria, i droni volanti, l'elicottero "a bolla", il Tet) e le scenografie naturali (il film è girato in gran parte in Islanda) con innesti in CGI della New York post-apocalittica, distrutta e "ricoperta" dalla Natura (con le strade trasformate in un Grand Canyon!).

17 maggio 2013

Iron Man 3 (Shane Black, 2013)

Iron Man 3 (id.)
di Shane Black – USA 2013
con Robert Downey, Jr., Gwyneth Paltrow
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Dopo l'esperienza con i Vendicatori e la battaglia newyorkese contro gli alieni, l'approccio di Tony Stark alla vita da supereroe è profondamente cambiato: soggetto all'ansia e a frequenti attacchi di panico (il tema dell'eroe fragile e incapace di gestire i propri poteri è un "classico" dei fumetti Marvel), il playboy inventore si è rinchiuso nella sua lussuosa dimora a progettare armature sempre più sofisticate e potenti. Ma è costretto a uscire dal proprio guscio quando il suo ex autista e guardia del corpo, Happy Hogan, viene gravemente ferito in un attentato organizzato dal Mandarino (Ben Kingsley), un misterioso terrorista che minaccia il governo degli Stati Uniti. La sfida di Iron Man al Mandarino provoca la reazione di quest'ultimo, che distrugge la casa di Tony, cattura la sua fidanzata Pepper Potts e lo costringe alla fuga. Nel corso delle sue indagini, il nostro eroe scoprirà che dietro agli attentati c'è l'A.I.M., un'organizzazione guidata dallo scienziato Aldrich Killian (Guy Pearce) che ha messo a punto un'incredibile biotecnologia capace di trasformare le persone in armi umane. Al terzo film dell'Uomo di Ferro (ma fra il precedente e questo c'è stato, appunto, "The Avengers"), Jon Favreau lascia la regia – ma non il ruolo di Happy – a Shane Black, il leggendario sceneggiatore di tanti action movie degli anni ottanta e novanta ("Arma letale", "L'ultimo boy scout", "Last action hero"). E si vede: Black acuisce ancor più l'ironia della serie, rendendo Tony Stark protagonista di situazioni comiche o ridicole e ne aumenta a dismisura le battute ciniche e fulminanti (come in tutta la sottotrama con il ragazzino, aspirante sidekick che per fortuna dura poco). Ma se la verve non manca e la sceneggiatura è convincente, la trama (ispirata allo story arc del virus Extremis, ideato da Warren Ellis) non è però abbastanza incisiva, e a visione terminata la pellicola lascia ben poco di memorabile allo spettatore, che dopo qualche giorno rischia di aver dimenticato gran parte del film. Fanno eccezione alcune trovate (su tutte la natura "fittizia" del Mandarino, ma anche il ruolo "super-eroico" di Pepper Potts) che riescono a sorprendere anche (e soprattutto) i Marvel Fan di vecchia data. Questi apprezzeranno inoltre le solite citazioni/camei (Stan Lee, la Roxxon) e le strizzatine d'occhio (l'upgrade in War machine in Iron Patriot), mentre l'abuso di effetti speciali dà meno fastidio del solito, vista la natura "fracassona" del film (notevole la battaglia finale al molo, con la "moltiplicazione" dell'eroe grazie alle numerose armature che Tony getta nella mischia, tutti "alter ego" di un personaggio che mai come in questa pellicola mette in mostra contemporaneamente la dipendenza dalla sua corazza e il tentativo di farne a meno). La scena in cui Tony, abbigliato con un poncho, trascina la sua armatura sotto la neve è probabilmente una citazione dal primo "Django". Dopo i titoli di coda, apaprizione-cameo anche per Mark Ruffalo (ovvero Bruce Banner in "The Avengers").

14 maggio 2013

Confessions (Tetsuya Nakashima, 2010)

Confessions (Kokuhaku)
di Tetsuya Nakashima – Giappone 2010
con Takako Matsu, Yukito Nishii
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina.

Yuko Moriguchi, insegnante in una scuola media, scopre che due alunni – che lei chiama "studente A" e "studente B" – sono i responsabili della morte della sua figlioletta di tre anni, avvenuta pochi mesi prima. Poiché i due ragazzi, anche se venissero incriminati, sono protetti dalla legge giapponese sui delitti commessi da minori, anziché denunciarli l'insegnante preferisce mettere in atto una terribile vendetta personale, di cui rivela i particolari alla classe nell'ultimo giorno di lezione prima di dimettersi. Dopo la sua "confessione", il resto della pellicola è composto dalle "confessioni" interlacciate degli altri protagonisti della storia: lo "studente A" è il brillante Shuya, che ha organizzato il delitto nella speranza di attirare l'attenzione della madre che lo ha abbandonato quando era piccolo; lo "studente B" è Naoki, l'esecutore materiale, irretito da Shuya che gli ha fatto credere di avere finalmente un amico e di poter realizzare per una volta qualcosa di importante; altre "confessioni" sono quelle della madre di Naoki, che dopo l'omicidio vede il figlio rinchiudersi in sé stesso, e di Mizuki (Ai Hashimoto), la capoclasse, l'unica che cerca di stabilire un legame affettivo con Shuya. Con questo insolito thriller psicologico dalle atmosfere scabrose e ricco di colpi di scena fino alla fine, il regista di "Kamikaze girls" adatta un fortunato romanzo (di Kanae Minato, casalinga al suo esordio letterario) e realizza un film che, se da un lato ha il suo punto di forza nella sceneggiatura che "incastra" fra loro le diverse vicende dei personaggi, saltando a volte avanti e indietro nel tempo per mostrare gli snodi chiave da diversi punti di vista (peccato solo che, fra i tanti personaggi, non ce ne sia uno con il quale lo spettatore possa stabilire un legame empatico: di conseguenza il film – come ha scritto un critico – è "virtualmente impenetrabile a livello emotivo"), dall'altro si affida al suo consueto stile folgorante e visivamente eccelso, grazie anche a una straordinaria fotografia dai toni cupi e plumbei. Pur con il linguaggio del thriller (e il formalismo visivo dell'horror), il film indaga profondamente nel malessere della società e della gioventù giapponese: colpiscono l'indifferenza per la vita e i sentimenti altrui, l'egoismo e la crudeltà di ragazzi di tredici anni (ma non solo), a volte "anestetizzati" e altre volte socialmente psicopatici, così come i riferimenti a casi di cronaca nera avvenuti realmente o a celebri antefatti letterari (è espressamente citato, per esempio, "Delitto e castigo" di Dostoevskij). La regia di Nakashima, che non perde mai il controllo sulla materia trattata, non rinuncia poi ad alcuni tocchi visionari (uno su tutti, l'esplosione nel finale, "riavvolta" a ritroso e al rallentatore). Il coniglietto rosa presente sui vestiti e sui gadget della piccola Manami, la figlia di Yuko, è evidentemente uno spoof di Hello Kitty.

11 maggio 2013

No – I giorni dell'arcobaleno (Pablo Larraín, 2012)

No – I giorni dell'arcobaleno (No)
di Pablo Larraín – Cile 2012
con Gael García Bernal, Alfredo Castro
***

Visto al cinema Eliseo.

Nel 1988, la dittatura militare cilena fu costretta – anche da pressioni internazionali – a organizzare un referendum per chiedere al popolo se mantenere il generale Pinochet al potere per altri otto anni o se, al contrario, indire delle elezioni democratiche. Per la prima volta in quindici anni, alle forze di opposizione venne dato spazio in televisione (quindici minuti al giorno, a tarda ora, per ventisette giorni) per lanciare la propria campagna per il "No". Contro ogni pronostico, fu proprio il "No" a vincere e a porre così fine al governo della giunta. Con un film semidocumentaristico e che fa ampio ricorso a filmati e materiali d'epoca, Larraín conclude la sua trilogia sulla dittatura cilena: dopo "Post mortem", che ne descriveva i tumultuosi inizi con il colpo di stato ai danni di Salvador Allende, e "Tony Manero", che ne ritraeva la terribile e quotidiana "normalità", ecco una pellicola che ne racconta la fine. E come negli altri due film, lo fa da un insolito punto di vista, quello di René Saavedra (Bernal), giovane pubblicitario di successo, incaricato di mettere a punto la creatività della campagna per il "No". Le difficoltà (le scarse risorse, le intimidazioni della giusta, l'ostilità dei colleghi di lavoro – il suo capo, interpretato dall'Alfredo Castro che era stato il protagonista dei due precedenti film, lavora invece per il "Sì" – e soprattutto la paura e il pessimismo diffuso che spingevano molti cileni verso l'astensione) vengono superate grazie all'intuizione di sfruttare il linguaggio pubblicitario proprio come se si trattasse di "vendere" un prodotto, lanciando un messsaggio più semplice possibile. L'idea chiave è quella di ammantare la campagna di toni giocosi e allegri: al "No" viene abbinato un arcobaleno, i claim e i jingle intonano "Cile, l'allegria sta arrivando!", e l'ironia la fa da padrona. Passo dopo passo, l'atmosfera cambia e la situazione si capovolge, fino alla vittoria alle urne. Meno cupo, intenso ed esistenzialista dei due film precedenti, "No" descrive alla perfezione il potere della pubblicità, che trasforma in marketing anche l'attivismo politico (irritando coloro che avrebbero preferito comunicare al pubblico il proprio programma, oppure mettere in luce gli orrori e i crimini della dittatura: indicativo come, terminata l'esperienza della campagna per il referendum, René torni al suo normale lavoro e a pubblicizzare prodotti di scarsa qualità, come bibite o telenovele, con lo stesso metodo e le stesse strategie) ma anche il contagioso potere dell'ottimismo e dell'allegria, forse davvero il modo migliore per opporsi a una dittatura senza scendere sul suo stesso terreno fatto di violenza e sopraffazione. Basato su un dramma inedito di Antonio Skármeta, "El plebiscito", il film si caratterizza anche per la cura nella ricostruzione storica e il realismo delle immagini (il formato in 4:3 e la fotografia sovraesposta danno spesso l'impressione di assistere a un filmato girato in quei tempi), che si spiega anche con la decisione, da parte del regista, di utilizzare una videocamera a nastro magnetico e a bassa definizione, identica a quelle che erano usate dalle televisioni cilene negli anni ottanta. Anche per questo, l'ampio ricorso a materiali d'archivio (le vere campagne dell'epoca, le interviste, le scene degli scontri di piazza) non stonano al fianco del girato moderno. Interessante il cameo di protagonisti dell'epoca come i veri Patricio Aylwin (che l'anno dopo venne eletto presidente del Cile) e Patricio Bañados (l'anchorman televisivo). Vincitore della Quinzaine des Réalisateurs a Cannes, è anche il primo (e finora unico) lungometraggio cileno ad aver ricevuto una nomination agli Oscar per il miglior film straniero.

10 maggio 2013

L'uomo con i pugni di ferro (RZA, 2012)

L'uomo con i pugni di ferro (The Man with the Iron Fists)
di RZA – USA 2012
con RZA, Russell Crowe
*1/2

Visto al cinema Plinius, con Sabrina.

Gold Lion, leader di un clan che vive nel turbolento Jungle Village (siamo nella Cina del diciannovesimo secolo), viene tradito dai suoi luogotenenti Silver Lion e Bronze Lion, che si impossessano di un carico d'oro affidatogli in custodia dall'imperatore e lo nascondono nel Pink Blossom, il bordello del villaggio, gestito dall'infida Madame Blossom (Lucy Liu). Ma sarà vendicato dal figlio Zen-Yi, alias X-Blade (Rick Yune), aiutato dal cowboy inglese (!) Jack Knife (un Russell Crowe ironico e sovrappeso) e dal fabbro Thaddeus (l'inespressivo rapper RZA, anche sceneggiatore e regista), ex schiavo di colore fuggito da una piantagione in America e convertitosi al buddismo e alle arti marziali. Questi, che realizza formidabili armi per chiunque glielo chieda (con il ricavato spera di comprare la libertà dell'amata Lady Silk, la più bella prostituta del Pink Blossom), viene mutilato dagli scagnozzi di Silver Lion: ma innesterà sui propri moncherini dei formidabili pugni di ferro che gli consentiranno di sconfiggere anche il fortissimo Brass Body (David Bautista), in grado di trasformare il proprio corpo in metallo (come Colosso degli X-Men). Anche tirando un velo pietoso sui nomi ridicoli, il resto del film non allontana l'impressione che sia stato concepito e prodotto per un pubblico adolescente (e pure in crisi ormonale, viste le numerose gag – se così si possono chiamare – a sfondo sessuale, ambientate nel bordello). Rivisitazione in stile tarantiniano (il nome del buon Quentin figura sui cartelloni in veste di "presentatore") di tante classiche pellicole degli Shaw Brothers (in particolare quelle appartenenti a filoni come "One-armed boxer" e "The flying guillottine"), su cui innesta elementi degli spaghetti western e del cinema splatter/horror, è un guazzabuglio ultraviolento e pasticciato che non ha alcuno scopo se non quello di intrattenere per 90 minuti e farsi poi dimenticare in fretta. A tratti sembra una brutta copia di "Kill Bill": in effetti RZA, che del film di Tarantino aveva composto la colonna sonora, aveva assistito alla sua lavorazione prendendo appunti proprio in vista del suo futuro debutto alla regia. Nei piani originari la pellicola avrebbe anche dovuto contenere un cross-over con "Django Unchained", ma le scene che dovevano unire i due film (con un giovane Thaddeus venduto in un'asta di schiavi) non sono state mai girate per problemi di tempo. La caratterizzazione dei personaggi, che sembrano la line-up di un videogioco di combattimenti, è inesistente e si basa solo sull'aspetto fisico, sui poteri e sulle armi che utilizzano (l'unico con un passato descritto sullo schermo è il fabbro), la colonna sonora mescola senza pudore rap, country pop e persino la canzone di Sally Yeh da "The killer" di John Woo, i combattimenti (peraltro coreografati da Corey Yuen) sono girati in maniera confusa, e gli split screen sembrano del tutto gratuiti. Da salvare: Bautista nei panni del cattivo e le tante belle ragazze del Pink Blossom (fra le quali spicca Jamie Chung). Nel cast anche Daniel Wu (il corrotto Poison Dagger), Andrew Lin e Grace Huang (i guerrieri gemelli). Camei "tarantiniani" per Gordon Liu, Pam Grier ed Eli Roth (co-sceneggiatore), più altri "habitué" del gongfupian hongkonghese come Chen Kuan-tai e Bryan Leung.

08 maggio 2013

Qualcuno da amare (A. Kiarostami, 2012)

Qualcuno da amare (Like someone in love)
di Abbas Kiarostami – Giappone/Francia 2012
con Tadashi Okuno, Rin Takanashi
***

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Akiko (Rin Takanashi), una studentessa universitaria che si prostituisce all'insaputa del geloso fidanzato Noriaki (Ryo Kase), viene inviata dal suo protettore (Denden) a casa di Takashi (Tadashi Oduno), un anziano insegnante di sociologia che vive da solo. Vedendoli insieme, Noriaki pensa inizialmente che l'uomo sia suo nonno, ma quando scopre la verità diventerà furibondo. Dopo "Copia conforme", che aveva girato in Italia (ma di produzione francese), Kiarostami realizza un altro film lontano dall'Iran, questa volta in Giappone, senza peraltro rinunciare al proprio stile semidocumentaristico e neorealistico, all'approccio esistenzialista e ai suoi marchi di fabbrica (prolungate conversazioni, sequenze che scorrono e si concatenano l'una nell'altra, ampio ricorso a scene ambientate in automobile, mille dettagli solo apparentemente insignificanti e altri, fondamentali, che rimangono impliciti). La trama si sviluppa in maniera al tempo stesso lineare (per lunghi tratti sembra quasi dipanarsi in tempo reale) e obliqua (lo spettatore resta talvolta in attesa di una spiegazione o di un colpo di scena che non si verificherà mai), fino a un finale improvviso, che giunge quasi come uno shock visto il ritmo rilassato del resto del film. E il titolo spiega già tutto sui temi della pellicola: il disperato bisogno non tanto di amore quanto di "qualcuno da amare", per superare la solitudine e il dolore dell'esistenza. Questo vale per Akiko (bellissima la scena del mancato incontro con la nonna, giunta a Tokyo dalla campagna per rivederla), per Noriaki (il cui amore per Akiko sconfina nell'ossessione), ma soprattutto per l'anziano Takashi, che vive da solo (la moglie è morta, la figlia e la nipote non vengono mai a trovarlo), e che cerca nella ragazza non una notte di sesso ma soltanto compagnia. Il resto sono squarci di grande cinema (la scena del viaggio in taxi di Akiko, con le luci e le insegne di Tokyo che si riflettono sul finestrino, e il doppio giro dell'auto attorno alla piazza della stazione per permettere alla ragazza di vedere – se pur a distanza – la nonna) e dialoghi naturalistici (che nascono spesso da incontri casuali e inaspettati, come quelli fra Noriaki e Takashi mentre aspettano Akiko davanti all'università; fra Takashi e il suo ex alunno nell'autofficina; fra Akiko e la vicina impicciona davanti alla casa di Takashi), a compensare quell'elusività (vera o apparente) che potrebbe respingere uno spettatore non abituato allo stile del regista, qui perfettamente a proprio agio con il setting nipponico.

30 aprile 2013

Dersu Uzala (Akira Kurosawa, 1975)

Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure (Dersu Uzala)
di Akira Kurosawa – URSS/Giappone 1975
con Jurij Solomin, Maksim Munzuk
***1/2

Rivisto in DVD.

Reduce dall'insuccesso del suo film precedente ("Dodes'ka-den", del 1970), dall'ostracismo dai produttori giapponesi, dal fallimento della sua casa di produzione (durata lo spazio di una sola pellicola) e persino da un tentativo di suicidio (nel 1971, forse causato da una malattia e dalla depressione), Kurosawa gira competamente pagina e accetta l'invito della Mosfilm di girare un film in Russia: è la sua prima coproduzione internazionale, nonché l'ennesimo (ma non certo l'ultimo) "debutto" di un regista capace di rinnovarsi in continuazione, sorprendendo ogni volta critici e spettatori con pellicole di incredibile genio, originalità e vitalità. La scelta del soggetto cade sui diari di viaggio dell'esploratore sovietico Vladimir Arsenev, scritti all'inizio del Novecento ma ancora attualissimi perché brulicanti di umanità e di spirito ecologista, che il regista nipponico aveva letto in gioventù. Arsenev, capitano dell'esercito russo incaricato di effettuare rilevazioni topografiche nelle foreste e nella taiga nella Siberia orientale, incontra casualmente un anziano cacciatore, Dersu Uzala, un ometto che gli farà da guida in due differenti spedizioni (1903 e 1907), rivelandosi un prezioso compagno, un grande amico e soprattutto un generoso maestro capace di insegnargli come vivere in armonia con la natura. Dersu è un personaggio straordinario, umile e "primitivo", che si rapporta con il mondo all'insegna di un animismo universale (chiama "omini" anche gli animali, il sole, il fuoco, l'acqua e il vento) e di una solidarietà totale (lascia cibo e risorse nei luoghi in cui si ferma, a beneficio dei futuri viaggiatori), è in grado di sopravvivere nelle condizioni più estreme (salva la vita al capitano costruendo un riparo improvvisato in mezzo a una distesa gelata), rispetta la natura (non uccide gli animali se non per necessità, salva quelli imprigionati nelle trappole dei bracconieri, rispetta la terra e gli ecosistemi), teme soltanto lo spirito della tigre ("Amba") e naturalmente si rivela inadatto alla vita di città quando Arsenev si offrirà di ospitarlo in casa sua. Costruito attraverso una serie di episodi apparentemente slegati l'uno dall'altro ma che vanno in perfetta progressione, il film è limpido, sereno e spontaneo (anche grazie a quello straordinario attore che è Maksim Munzuk, nella vita reale un musicologo). Il suo successo (vinse, fra le altre cose, l'Oscar per il miglior film straniero: il secondo di Kurosawa dopo quello per "Rashomon") si rivelò provvidenziale per "l'imperatore", aiutandolo a superare la crisi e stimolando (a sessantacinque anni!) l'inizio di una nuova carriera, che lo porterà a realizzare una serie di capolavori ancora più personali e intimi dei precedenti. Nel dvd italiano sono state reintegrate (in russo) lunghe parti del film che erano state eliminate dai distributori dell'epoca, anche se non sempre i sottotitoli fanno bene il proprio lavoro.

28 aprile 2013

Il cacciatore (Michael Cimino, 1978)

Il cacciatore (The Deer Hunter)
di Michael Cimino – USA 1978
con Robert De Niro, Christopher Walken
***1/2

Visto in DVD, con Eleonora e Sabrina.

Michael (De Niro), Nick (Walken) e Steven (John Savage) sono tre amici di origine russa che vivono in una piccola cittadina industriale della Pennsylvania. Inseparabili al lavoro (sono operai in una fabbrica metallurgica) e nel tempo libero (trascorso insieme ad altri due colleghi, Stan e Axel, nel bar dell'amico John, o impegnandosi in battute di caccia al cervo sulle montagne della zona), si apprestano ad affrontare due fondamentali "riti di passaggio": il matrimonio di Steven con Angela, e la partenza – subito dopo – come soldati per il Vietnam (siamo nel 1967). Ma l'inferno della guerra li cambierà completamente: ci sarà chi tornerà ferito nel fisico (Steven), chi nell'animo (Mike) e chi non tornerà affatto (Nick). Pur prendendo l'argomento alla larga, come in ogni grande "epica popolare" che si rispetti (vedi la lunghissima introduzione: di fatto le scene ambientate in Vietnam costituiscono meno della metà della pellicola), il secondo lungometraggio di Cimino (nonché il suo maggior successo di critica e di pubblico) è uno dei film di maggior impatto emotivo sugli orrori della guerra e su come questi possano trasformare e trasfigurare l'essere umano: indimenticabili le controverse e tesissime sequenze della roulette russa, alla quale i tre amici, presi prigionieri, sono obbligati a giocare dai loro carcerieri vietcong ("Mao! Mao!"). Se nella realtà non ci furono casi documentati di eventi simili durante il conflitto in Vietnam, la roulette russa, con la sua violenza casuale, è una metafora della guerra intera e della pazzia dell'uomo che si trascina per tutto il film, prendendo l'avvio proprio dalle scene della caccia al cervo in Pennsylvania (con Mike che si fa vanto di uccidere gli animali "con un solo colpo", un modo per equilibrare le cose visto che i cervi non hanno un fucile) e che prosegue quando, a Saigon, Nick e Mike rimangono coinvolti nel "giro" delle scommesse clandestine in cui vengono organizzate sfide di roulette russa fra disperati (una trovata che sarà ripresa, anni più tardi, nel film georgiano "13 Tzameti").

Se non tutto nella sceneggiatura è adeguatamente spiegato o coerente (la progressiva trasformazione di Nick, che passa dall'essere il più equilibrato dei tre a quello che invece cede all'orrore e all'abitudine alla violenza, fino a non dare più significato alla propria vita, a rinunciare a tornare a casa dalla donna che ama e anzi a cercare la morte con accanimento), e il montaggio salta a volte troppo bruscamente da una scena all'altra (non mostra, per esempio, come i tre vengano catturati dai vietcong), trascinandone invece altre troppo a lungo (il matrimonio ortodosso, che dura quasi un'ora), la regia di Cimino e le eccellenti interpretazioni di un cast in stato di grazia riescono a restituire perfettamente l'atmosfera di quegli anni, ritratta peraltro in chiave elegiaca e melodrammatica. Oltre ai tre protagonisti, da ricordare anche Meryl Streep (al primo ruolo importante della sua carriera nei panni di Linda, la donna amata sia da Nick che da Mike), John Cazale (malato di tumore già durante le riprese: fu la sua ultima apparizione sullo schermo), George Dzundza e Chuck Aspegren (quest'ultimo non era un attore professionista ma un operaio della fabbrica dove è ambientata la prima parte del film). Pur sforando il budget (le scene vietnamite furono girate in Thailandia, presso il fiume Kwai), la pellicola ripagò i produttori con gli interessi e conquistò anche la critica. Vinse cinque Oscar (su nove nomination): quelli per il miglior film, regia, attore non protagonista (Walken), montaggio e suono. Il finale in cui i personaggi cantano "God Bless America" in onore del defunto Nick è stato letto da alcuni come un attacco in chiave ironica al sogno americano e al patriottismo, passato attraverso la disillusione e gli shock della guerra del Vietnam (di fatto il film fu uno dei primi a parlare di quel conflitto, che si era concluso solo pochi anni prima, mostrandone gli effetti negativi sulla psiche e la salute dell'America. L'anno dopo, naturalmente, sarebbe arrivato l'ancora più efficace "Apocalypse Now" di Coppola).

26 aprile 2013

My girl & I (Jeon Yun-su, 2005)

My girl & I (Parang-juuibo)
di Jeon Yun-su – Corea del Sud 2005
con Song Hye-kyo, Cha Tae-hyun
*1/2

Visto in DVD, con Sabrina, in originale con sottotitoli inglesi.

In una cittadina costiera, il giovane Su-ho – diciottenne all'ultimo anno di liceo – si innamora (ricambiato) della coetanea Su-Eun, la ragazza più bella della classe, che lo aveva salvato dall'annegamento dopo un tuffo in mare. Insieme trascorrono giorni felici, fra passeggiate in bicicletta in mezzo alle risaie ed escursioni sulle isole vicine. Il loro idillio, però, è di breve durata: la ragazza soffre infatti di leucemia e ben presto si ritrova allo stato terminale. Remake di una pellicola giapponese ("Crying out love in the center of the world", tratto dal romanzo "Gridare amore dal centro del mondo" di Kyōichi Katayama, pubblicato anche in Italia e da cui è stato tratto anche un manga), è un film romantico dal finale tragico – del quale peraltro veniamo informati sin dall'inizio, visto che la sequenza di apertura, ambientata dieci anni dopo il resto del film, ci mostra una riunione di classe cui partecipa un Su-ho che non ha ancora dimenticato il suo primo amore. Ma a parte il tema "poetico" dell'amore che va oltre la vita e la morte, il film offre ben poco ed è privo di una seconda lettura, incapace di andare oltre i soliti cliché delle pellicole adolescenziali, conditi da siparietti comici (quelli con gli amici, i compagni di scuola, la sorella brutta) e da un paio di momenti commoventi (oltre alla morte di Su-Eun, tutta la sottotrama del nonno di Su-ho, fabbricante di bare e impresario di pompe funebri che viene chiamato per curare il funerale della donna che aveva amato in gioventù e perso di vista dopo la guerra). Belli, comunque, gli scenari e i paesaggi costieri che fanno da sfondo alla vicenda, esaltati da una fotografia filtrata e iper-corretta digitalmente (da ricordare la scena delle gocce di pioggia che si fermano a mezz'aria mentre i protagonisti si baciano, durante il tifone).

25 aprile 2013

Basilicata coast to coast (R. Papaleo, 2010)

Basilicata coast to coast
di Rocco Papaleo – Italia 2010
con Rocco Papaleo, Giovanna Mezzogiorno
**

Visto in TV, con Sabrina.

Per partecipare a una competizione canora che si terrà a Scanzano Jonico, nella speranza di restituire un senso alla propria vita, quattro amici di Maratea (Rocco Papaleo, Alessandro Gassman, Paolo Briguglia e Max Gazzè), musicisti dilettanti, decidono di attraversare la Basilicata a piedi, dalla costa tirrenica a quella ionica. Ci impiegheranno dieci giorni (in automobile sarebbe bastata un'ora e mezza), percorrendo strade alternative, accampandosi in tenda dove capita, e portando i bagagli su un carretto trainato da un cavallo. A seguirli c'è una giovane giornalista (Giovanna Mezzogiorno) con il compito di realizzare un documentario-reportage sull'impresa. Fra avventure e incomprensioni, arriveranno naturalmente troppo tardi per il concerto, ma riusciranno almeno a "ritrovare sé stessi". Un film simpatico e minimalista ma anche fin troppo esile, con tutti i luoghi comuni del road movie: fra paesaggi rurali e caratteristici da cartolina (la pellicola è finanziata dalla Regione Basilicata, e si vede: a tratti sembra uno spot turistico della Lucania, di cui si intravedono scorci suggestivi come la "città fantasma" di Craco o il parco del Pollino) e parecchio product placement, si punta molto sulla caratterizzazione dei personaggi. Papaleo (che debutta nella regia) è l'insegnante di matematica senza ambizioni, che per una volta riesce a portare a termine un'iniziativa; Gassman è il divo televisivo la cui popolarità è ormai tramontata da un pezzo (tranne che a livello locale); Briguglia è il giovane tabaccaio che ha rinunciato agli studi di medicina per depressione e un senso di inadeguatezza; Gazzé (al suo esordio come attore) è il falegname introverso, diventato "muto per scelta" dopo una delusione amorosa; completa il quintetto la Mezzogiorno nei panni della figlia di un importante uomo politico che ha scelto una vita di secondo piano pur di non scendere a compromessi. Nel cast anche Claudia Potenza e Michela Andreozzi.

22 aprile 2013

Nella casa (François Ozon, 2012)

Nella casa (Dans la maison)
di François Ozon – Francia 2012
con Fabrice Luchini, Ernst Umhauer
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina.

German (Luchini), insegnante di lettere in un liceo parigino, rimane colpito dal tema di uno studente, Claude (Umhauer), che descrive la propria fascinazione verso la casa e la "famiglia normale" di un compagno di classe, Raphael, e i suoi tentativi di introdursi al suo interno e di conquistare l'amicizia tanto di Rapha quanto (soprattutto) dei suoi genitori. Il tema termina sul più bello, con la parola "continua", come se si trattasse di un romanzo a puntate. Riconoscendone il talento per la scrittura, ma anche incuriosito dalla vicenda, German incoraggia il ragazzo a proseguire il racconto, che si snoda in una serie di episodi sempre più avvincenti, tutti basati – come sostiene Claude – sulla realtà. Dopo "Angel", Ozon torna sul tema della scrittura e del rapporto fra realtà e immaginazione, innestando una vicenda che ricorda "Teorema" di Pasolini (un giovane estraneo che si introduce nella vita di una famiglia borghese, seducendone e affascinandone tutti i componenti) su un'infrastruttura che invece si rifà a "Le mille e una notte" (Claude è come Sheherazade che ammalia il sultano con i suoi racconti, distillandone le puntate e i colpi di scena pur di tener desta la sua attenzione), e riflette sul legame fra scrittore, lettore e personaggi (lo scrittore viola la privacy dei suoi protagonisti, ma in fondo il vero voyeur, colui per conto del quale lo fa, è il lettore). Ottima la prova degli interpreti: su tutti Luchini, ma ci sono anche Kristin Scott Thomas nei panni di sua moglie, trascurata e frustrata proprietaria di una galleria d'arte moderna, e soprattutto Emmanuelle Seigner in quelli di Esther, la madre di Rapha, "la donna più annoiata del mondo", appassionata di arredamento e prigioniera di una vita "normale" che la soddisfa ben poco; il giovane Umhauer, nei panni del mefistofelico e manipolatore Claude (ma a suo modo geloso della normalità della vita borghese del compagno, come capiremo nel finale), è praticamente al suo esordio in un ruolo importante.

21 aprile 2013

North Face - Una storia vera (P. Stölzl, 2008)

North Face - Una storia vera (Nordwand)
di Philipp Stölzl – Germania 2008
con Benno Fürmann, Florian Lukas
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

La storia del tragico tentativo di scalata alla parente nord dell'Eiger, nel 1936, nel quale persero la vita due coppie rivali di alpinisti, gli austriaci Edi Rainer e Willy Angerer e i tedeschi Toni Kurz e Andreas Hinterstoisser (questi ultimi sono i due protagonisti del film). Se la caratterizzazione dei personaggi è appena abbozzata, la pellicola rende invece giustizia all'ambiente dell'epoca, con le pesanti influenze dell'apparato nazista che vedeva anche nella conquista sportiva – eravamo alla vigilia dell'Olimpiade di Berlino – uno degli strumenti per affermare la supremazia nazionale, nonché l'interesse sempre più in crescita del grande pubblico verso l'alpinismo, in questo caso pregustando l'eroica conquista dell'ultima grande vetta ancora inviolata dell'arco alpino, considerata "impossibile" da scalare (era già costata la vita ad altri rocciatori, e sarebbe stata conquistata solo due anni più tardi). Interessante, sotto questo aspetto, la sottotrama della giornalista Luise (Johanna Wokalek), innamorata di Toni, uno degli rocciatori, che ne segue trepidante l'ascensione dall'albergo ai piedi della montagna e tenta inutilmente di salvarlo (con l'aiuto delle guide bernesi) quando si rende conto che, per il peggioramento improvviso delle condizioni del tempo, ha poche speranze di tornare sano e salvo. Il contrasto fra le difficile situazione in cui si trovano gli arrampicatori (al freddo, senza cibo e riparo) e quelle più "agiate" di chi segue a distanza il loro tentativo (giornalisti, turisti e curiosi, al caldo e a brindare nell'albergo) è un'immagine che resta impressa, così come le differenze di valori: la solidarietà e il sacrificio degli alpinisti (con la decisione di interrompere la scalata per portare in salvo il compagno ferito) contro l'opportunismo e il cinismo degli osservatori (il giornalista che dichiara che una tragedia è più utile di una semplice ritirata). Ben realizzate, in ogni caso, le scene della scalata, grazie anche a una fotografia nitida e d'atmosfera, che ne ricostruiscono assai fedelmente la dinamica e mostrano tutte le difficoltà e le incertezze dei primi e coraggiosi tentativi di arrampicata, quando l'alpinismo non era un semplice sport ma una vera e propria lotta contro le forze della natura, una battaglia che metteva davvero a rischio la propria vita, fra equipaggiamenti inadeguati (se confrontati a quelli disponibili oggi), totale mancanza di vie già battute, e imprevedibile inclemenza delle condizioni climatiche.

18 aprile 2013

L'infernale Quinlan (Orson Welles, 1958)

L'infernale Quinlan (Touch of Evil)
di Orson Welles – USA 1958
con Charlton Heston, Orson Welles
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Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli, con Giovanni, Rachele, Paola, Marco, Eleonora, Ginevra, Florian e Sabine.

Una bomba fa esplodere l'auto di un ricco industriale, proprio sul confine fra Messico e Stati Uniti. A indagare è il detective americano Hank Quinlan (Orson Welles), con il collega messicano Mike Vargas (Charlton Heston) a fare da osservatore. I due non potrebbero essere più diversi: al primo interessa soltanto mandare in galera l'assassino, anche a costo di falsificare le prove, mentre per il secondo è fondamentale soprattutto rispettare la legge. Lo scontro fra i due poliziotti finisce per coinvolgere anche la moglie di Vargas, Susan (Janet Leigh), che viene sequestrata da Joe Grandi (Akim Tamiroff), capo della banda che Vargas sta mandando sotto processo in Messico... Da un mediocre romanzo giallo di Whit Masterson ("Badge of Evil": pare che Welles avesse chiesto ai produttori lo script peggiore che avessero a disposizione, in modo da dimostrare di essere in grado di trarre un bel film da qualsiasi materiale) un capolavoro del cinema noir, considerato da molti critici come il canto del cigno del genere ("l'epoca d'oro" del noir classico, in effetti, va dai primi anni quaranta ai tardi anni cinquanta). Ai tempi Welles era caduto in disgrazia presso i produttori hollywoodiani e da una decina di anni lavorava per lo più in Europa (sfornando, fra l'altro, capolavori come "Othello"): la possibilità di tornare alla regia (e alla sceneggiatura) gli venne data per insistenza dello stesso Charlton Heston (che qui interpreta il protagonista messicano, con un pesante trucco che sarà oggetto di ironia anche a distanza di anni, come in un celebre scambio di battute in "Ed Wood"). Welles ne approfittò per riunire molti tecnici (dall'operatore Russell Metty al truccatore Maurice Siederman) e attori (Akim Tamiroff, Joseph Cotten) con cui aveva collaborato in passato. Alcuni ruoli furono dati ad amici che venivano a trovarlo sul set (ed ecco spiegati i camei di Zsa Zsa Gabor e soprattutto di Marlene Dietrich, la cui parte – quella della chiromante Tanya – fu girata in un solo giorno ma crebbe a tal punto che è proprio lei a pronunciare la frase finale della pellicola, una sorta di epitaffio per Quinlan: "Era uno sporco poliziotto, ma a suo modo era un grand'uomo"). Joseph Calleia, amico di lunga data di Welles, interpreta Menzies, il fedele collega di Quinlan, mentre Dennis Weaver è il guardiano notturno, mentalmente disturbato, del motel in cui viene rinchiusa Susie (tutta la sequenza dell'albergo sembra anticipare "Psycho", che Alfred Hitchcock avrebbe girato solo due anni dopo, guarda caso sempre con Janet Leigh come protagonista femminile). A riprese terminate, però, i produttori rimontarono il materiale già girato da Welles, eliminarono alcune scene o le sostituirono con altre fatte dirigere da Harry Keller, nell'intento di rendere più chiari alcuni passaggi della trama. Quando vide il risultato, il regista scrisse un celebre "appunto" di 58 pagine su come migliorare il montaggio finale. Non tutti i suoi suggerimenti vennero accolti, e il film uscì (pubblicizzato come un B-movie) nella versione voluta dallo studio. Nel 1978 la pellicola venne rieditata in una versione più lunga, ma solo nel 1998 uscì finalmente la cosiddetta "director's cut" che accoglieva gran parte dei suggerimenti di Welles (non tutte le scene da lui girate poterono però essere recuperate): fra questi, l'eliminazione dei titoli di testa, la presenza dei rumori ambientali nella sequenza iniziale e il montaggio parallelo delle vicende di Vargas e Susie.

Il film si apre con quello che è probabilmente il piano sequenza più celebre e citato di tutta la storia del cinema. Comincia con la ripresa ravvicinata di una bomba, tenuta in mano da un misterioso individuo che la innesca e poi la colloca in un'automobile, appena prima che un uomo e una giovane donna bionda salgano a bordo (da notare anche la corsa del misterioso attentatore, di cui si vede solo l'ombra proiettata su un muro). L'auto con la bomba si dirige verso la barriera doganale, per entrare negli Stati Uniti: lungo il suo tragitto si ferma più volte, per far passare il traffico o i pedoni, fra i quali ci sono anche Vargas e Susie, freschi sposini. La macchina da presa sale in cielo per oltrepassare un palazzo, si aggira rasoterra fra la folla e il traffico, si muove in orizzontale e in verticale con grande maestria. E nel frattempo la tensione sale, perché noi spettatori sappiamo che l'esplosione avverrà da un momento all'altro: anche la bionda sull'auto ne avverte l'imminenza ("Ho un ticchettio nella testa"), ma lo scoppio si verificherà solo quando la vettura avrà passato la frontiera, e in corrispondenza con il bacio fra Vargas e Susie. Menzionato e omaggiato in numerose pellicole (da "I protagonisti" di Robert Altman a "Boogie Nights" di Paul T. Anderson, da "Il fantasma del palcoscenico" di Brian De Palma a "Breaking News" di Johnnie To), questo sfoggio di abilità registica non è affatto fine a sé stesso, visto che mette in moto la vicenda e contemporaneamente presenta i personaggi principali, ed è graziato dalla colonna sonora di Henry Mancini, il cui ritmo richiama proprio il ticchettio della bomba. Ma il resto del film non è da meno, e alterna momenti sublimi (i duetti con la Dietrich, sempre ripresa in primissimo piano) ad altri forse imperfetti (la sottotrama di Susie nel motel si trascina francamente un po' a lungo). Il suo cuore, naturalmente, più che il protagonista Vargas è il personaggio di Hank Quinlan (d'altronde, da sempre nei noir i veri protagonisti sono i cattivi e i perdenti): laido e corrotto capitano di polizia, grasso a dismisura, provato nel fisico e nell'animo, ossessionato dal passato (la moglie fu assassinata e lui non riuscì a far condannare l'omicida), ex alcolizzato e ora goloso di dolci, razzista (non si contano le frecciate contro i messicani), costretto dalla zoppia a camminare con un bastone, interpretato da un Welles che anche nella vita reale cominciava a essere fortemente sovrappeso e a soffrire problemi di salute (qui, comunque, è spesso inquadrato dal basso per accentuare il girovita, o da vicino per metterne in risalto il sudore e lo sporco). Al contrario di Vargas, Quinlan non ha alcun rispetto per la legge; e anziché alla deduzione, nelle indagini si affida solo alle sue "intuizioni", che si rivelano peraltro infallibili: anche se le prove che utilizza per incastrare gli assassini sono false, riesce sempre e comunque a individuare il vero colpevole. In questo modo la lotta fra i due si innalza rispetto al "semplice" scontro fra una canaglia e un idealista: diventa una battaglia fra giustizia e legalità, dove in fondo ciascuno dei due contendenti ha le sue ragioni, e il male si confonde con il bene. Anche lo scenario di frontiera in cui Vargas e Quinlan si aggirano è altrettanto confuso e ambiguo: si tratta di un mondo caotico e abitato da criminali, spogliarelliste, chiromanti, bande di drogati, che vivono fra topaie, discariche di rifiuti e alberghi equivoci, mirabilmente reso dalla fotografia in bianco e nero che accentua le ombre e le ruvidità, e da una regia barocca, stilizzata ed espressionista che ricorre spesso a inquadrature sghembe o dal basso, a sottolineare come anche l'azione non sia mai lineare. Proprio l'ambientazione "di confine" si rispecchia nei rapporti fra i personaggi: siamo in una sorta di "terra di nessuno" fra due paesi così vicini e legati fra loro, eppure così diversi e ostili l'uno con l'altro, che a volte riescono ad amarsi (Vargas e Susie) e a volte si scontrano irrimediabilmente (Vargas e Quinlan).